Piante velenose selvatiche e spontanee. Riconoscimento e precauzioni

Le piante velenose sono normalmente presenti in natura e si trovano in abbondanza anche nel nostro Paese. Proprio per questo diventa importante saperle riconoscere e osservare le giuste precauzioni.
Vi abbiamo già parlato di tante piante spontanee e selvatiche che hanno proprietà benefiche. Molte di queste sono commestibili o utili per particolari preparazioni. Tra le più conosciute e amate dagli appassionati ricordiamo: l’iperico, il tarassaco, la malva selvatica, la portulaca, la borragine. Vediamo ora, invece, quali sono le più diffuse e pericolose piante velenose distribuite sul territorio italiano e proviamo a riconoscerle attraverso una galleria fotografica.
Scopriamo, inoltre, quali sono gli effetti tossici che possono provocare in caso di ingestione occasionale, cosa che, purtroppo, non è un’eventualità da escludere.

Le piante velenose presenti in Italia

L’aconito napello

Piante velenose Aconitum napellus
Aconitum napellus
L’aconito napello (Aconitum napellus) è una pianta velenosa erbacea, perenne, appartenente alla famiglia delle Rancunculaceae.
E’ alta dai 50 cm ai 2 metri ed è una pianta geofita rizomatosa, ossia che porta le proprie gemme in posizione sotterranea.
Nella parte aerea ha forma eretta, con un fusto robusto, di colore verde e poco ramificato.

Ha due tipi di foglie. Quelle basali dotate di picciolo, di colore verde scuro nella pagina superiore e biancastre nella pagina inferiore. Queste hanno la lamina fogliare glabra, con forma generalmente lanceolata e dimensioni di circa 8 cm di larghezza e 12 di lunghezza.
E poi ci sono le foglie cauline, di dimensioni più piccole, con lamina incisa e lobi più stretti.
L’infiorescenza è costituita da un racemo terminale a forma di spiga, con fiori viola.

I rischi dell’aconito napello

Questa pianta è altamente velenosa, in antichità veniva usata per scopi omicidi. In caso d’ingestione provoca entro 30 minuti parestesia, associata a formicolio del cavo orale. Poi i sintomi si evolvono provocando un effetto anestetizzante, debolezza muscolare, insufficienza respiratoria, fibrillazione cardiaca. Contiene diversi alcaloidi tossici, tra cui l’aconitina, uno dei più potenti veleni vegetali. Questo alcaloide agisce sui canali del sodio, mantenendoli aperti, e quindi provocando arresto cardiaco, in quanto il cuore ha bisogno di ritmiche aperture e chiusure di questi canali. Bastano pochi grammi della pianta per rischiare la morte.
I suoi principi attivi vengono assorbiti molto facilmente dalla pelle, dunque anche il semplice contatto può provocare gravi disturbi. Non esistono antidoti specifici, quindi, se la riconoscete tenetevene alla larga.

In Cina è considerata una delle prime cause di avvelenamento da vegetali, in quanto, pur ppartenendo alla categoria delle piante velenose, viene utilizzata (non sappiamo come) nella medicina tradizionale.
Nel nostro Paese è una pianta abbastanza comune lungo l’arco Alpino, in boschi, prati e pascoli, tra i 600 e i 2600 metri di altitudine.

L’agrifoglio

Piante velenose Ilex aquifolium
Ilex aquifolium
Un’altra specie tossica per l’uomo è il noto agrifoglio (Ilex aquifolium), noto anche come aquifoglio, alloro spinoso, pungitopo maggiore. Si tratta di una pianta velenosa arbustiva appartenente alla famiglia delle Aquifoliaceae.
Può raggiungere un’altezza anche di 10 metri e ha la chioma a forma di piramide. E’ dotata di una corteccia liscia, di colore grigio, con rami verdastri.
Le foglie sono verdi, scure e lucenti, con i tipici margini spinosi.
I fiori sono bianchi o rosati, riuniti in piccoli fascetti ascellari.
I frutti, che maturano nei mesi invernali, sono delle bacche di color rosso vivo.

L’agrifoglio è spontaneo e trova dappertutto nel nostro Paese. Viene inoltre coltivato in vivaio per scopi decorativi, essendo una pianta legata alla tradizione del Natale. Per questo motivo è comune ritrovarla nei giardini a forma di siepe.

I rischi dell’agrifoglio

Con l’agrifoglio sono molto a rischio i bambini, attratti in maniera naturale dalle colorate bacche rosse.
La sua tossicità è dovuta alla presenza di saponine nelle bacche, ma ha anche tracce di teobromina, ilicina e ilixantina.
In caso d’ingestione delle bacche i sintomi sono gastrointestinali: nausea, vomito e diarrea. Iniziano a comparire dopo aver mangiato almeno 2-3 bacche.
Non è una specie mortale.

La belladonna

Piante velenose Atropa belladonna
Atropa belladonna
La belladonna (Atropa belladonna) è una pianta da fiore, appartenente alla famiglia delle Solanaceae.
Di questa stessa famiglia fanno parte altre più conosciute come pomodori, melanzana, peperoni, patate.
La belladonna fa parte di quell’insieme di piante velenose di tipo perenne.
Ha un grosso rizoma da cui diparte un fusto robusto e ramificato, che può arrivare fino a 1,5 metri di altezza. Le foglie sono semplici, dotate di picciolo, di forma ovale-lanceolata.
Ha un odore sgradevole, causato da peli ghiandolari presenti sia nel fusto che sulle foglie.
Questa pianta velenosa fiorisce durante l’estate.
I fiori sono a forma di campana di colore viola scuro.

I frutti sono delle bacche nere e lucide di piccole dimensioni e rappresentano il maggiore rischio di avvelenamento per l’uomo. Hanno infatti un aspetto invitante e addirittura un sapore gradevole.

I rischi della belladonna

L’ingestione dei frutti provoca una grave sintomatologia, che inizia con la diminuzione della sensibilità. A questa si associano forme di delirio psicotico e sete fortissima seguita da vomito. Nei casi di avvelenamento più grave possono esserci convulsioni, disturbi cardiocircolatori, paralisi respiratoria e quindi morte.
Questi effetti sono dovuti alla presenza di alcaloidi come l’atropina, la scopolamina e l’iosciamina, che la pianta sintetizza nelle radici e poi trasloca nel resto della pianta, specie nei frutti.

I soggetti maggiormente a rischio sono i bambini, che facilmente possono confondere le bacche di belladonna con quelle del mirtillo.
Per via della sintomatologia che provoca, la belladonna è conosciuta anche come erba delle streghe e il suo utilizzo è associato a riti satanici.
L’intossicazione da belladonna deve essere trattata con un’immediata lavanda gastrica e carbone attivo, che servono per eliminare velocemente il veleno. Per rallentarne quantomeno l’assorbimento è opportuno somministrare sedativi o effettuare bagni freddi, che mitighino l’ipertermia a cui si va incontro.
Per fortuna nel nostro Paese è considerata una specie rara, che ritroviamo in boschi e radure dalla pianura fino ai 1400 metri. La Sicilia è una delle regioni dove la pianta è maggiormente presente ed è conosciuta con il nome di sulatra.

La belladonna, pur essendo annoverata tra le piante velenose, se adeguatamente trattata, viene utilizzata in fitoterapia. Le foglie, infatti, hanno diverse proprietà terapeutiche, quali antiemorroidari lenitive ed antimuscariniche.

La cicuta maggiore

Piante velenose Conium maculatum
Conium maculatum
Tra le piante velenose la peggiore in assoluto è la cicuta maggiore (Conium maculatum, erbacea appartenente alla famiglia delle Apiaceae.
Questa pianta, nota semplicemente come cicuta, ha una grossa radice carnosa di colore bianco. Si riconosce facilmente, anche per via del suo odore sgradevole, che ricorda l’urina del gatto o del topo, specie quando il fusto viene spezzato.
Il fusto può raggiungere anche i due metri di altezza. Ha l’interno cavo, la superficie glabra ed è segnato per tutta la sua lunghezza da macchie color rosso vino.
Le foglie sono di grandi dimensioni, in media 50 cm di lunghezza e 40 di larghezza. La loro forma è triangolare, e sono suddivise al loro interno in tante piccole foglioline.
I fiori fanno la loro presenza sulla pianta a partire dal secondo anno.
Sono bianchi e hanno l’infiorescenza a ombrella.

Il periodo di fioritura è compreso tra i mesi di aprile e agosto.

E’ una pianta velenosa molto comune nelle nostre campagne. Predilige i luoghi più freschi, ad esempio i bordi delle siepi o dei boschi, e nei pressi dei fiumi.
La popolarità della cicuta rispetto alle altre piante velenose è dovuta alla sua introduzione nella Grecia antica. Qui veniva infatti usata per somministrare la pena di morte tramite avvelenamento. La più illustre vittima da avvelenamento da cicuta fu il filosofo Socrate.

I rischi della cicuta maggiore

L’elevata velenosità della pianta è dovuta alla presenza di ben 5 alcaloidi, ossia: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la coniceina.
Questi alcaloidi tossici provocano dei sintomi d’avvelenamento tipici di questa classe di neurotossine. Questi consistono in: forte salivazione, intenso tremore muscolare, spasmi diffusi, morte per collasso respiratorio.

Se l’avvelenamento diretto è un’ipotesi piuttosto rara, anche per via dell’odore nauseabondo che ha la pianta, molto più frequenti sono i casi di avvelenamento indiretto. Ad esempio un uccello come la quaglia può mangiare la cicuta ed accumularne i principi tossici nella propria carne.
Un altro dei rischi legati alla cicuta è che questa, così come altre specie simili, può essere pericolosamente confusa con piante comuni assolutamente non velenose. Un esempio sono il prezzemolo selvatico (da cui il nome comune di falso prezzemolo) o il cerfoglio.

Il dafne

Piante velenose Daphne mezereum
Daphne mezereum
Il dafne (Daphne mezereum), è una pianta velenosa appartenente alla famiglia botanica delle Thymelaeaceae.
Questa pianta, dal portamento cespuglioso è alta non più di 70 cm. Viene chiamata anche fior di stecco, per la sua capacità di generare fiori e frutti su rami all’apparenza nudi e secchi.
Ha un fusto legnoso, con una corteccia di colore tra il grigio e il rosa. Le ramificazioni laterali sono consistenti e presentano delle piccole protuberanze rimaste dalle foglie cadute nella stagione precedente.
L’infiorescenza di questa pianta velenosa è composta da diversi fiori, di colore violaceo, riuniti in gruppi di 3 all’ascella delle foglie.
I frutti sono delle bacche velenose di colore rosso, del diametro di 9-10 mm.

I rischi del dafne

Il dafne è una delle piante velenose più pericolose della nostra flora spontanea. Il solo contatto con i frutti è sufficiente a provocare in poche ore la formazione di bolle e vesciche, con forte arrossamento. Per questa sua capacità veniva utilizzata dai mendicanti, per simulare lesioni cutanee, impietosire la gente e chiedere l’elemosina. Per un soggetto adulto basta l’ingestione di una decina di frutti per causare la morte, mentre per un bambino il numero scende a 2-3 bacche.
La sintomatologia dell’avvelenamento prevede problemi gastrointestinali assimilabili a quelli di un’appendicite acuta: forte diarrea, salivazione massiva, sintomi neurologici gravi.
Per questo tipo di pianta non esistono antidoti specifici.
Si tratta di una specie molto comune nei boschi, ad altitudini comprese tra i 500 e i 1800 mt. di quota.

La morella rampicante

Piante velenose Solanum dulcamara
Solanum dulcamara
La morella rampicante (Solanum dulcamara) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae.
Pur non essendo tra le piante più velenose presenti nella nostra flora spontanea, la sua trattazione merita attenzione. Questo perché è una delle piante con le quali i bambini si avvelenano più facilmente.
Questa pianta produce infatti dei frutti rossi, molto simili a quelli del ribes, con un sapore dolce-amaro, da qui il nome latino. E’ una pianta rampicante con portamento fruticoso, cioè cespuglioso con foglie cadenti che per sorreggersi si appoggia ad altre piante.

E’ una specie molto comune nel nostro Paese, ed è presente dalla pianura fino ai 1500 metri, prediligendo le zone di macchia mediterranea e i boschi.
Le bacche della dulcamara contengono alcaloidi, la cui concentrazione diminuisce se i frutti sono maturi. Oltre gli alcaloidi, i frutti contengono in forti dosi saponine e ossalato di calcio, elementi che possono dar luogo a disturbi intestinali.

I rischi della morella rampicante

La sintomatologia dell’avvelenamento da morella rampicante si evolve partendo da dolori addominali, vomito, ipotermia. In caso di ingestione di grosse quantità, si aggiunge la difficoltà respiratoria. I sintomi sono un po’ subdoli, in quanto possono apparire dopo diverse ore, generando possibili confusioni sulla causa originaria. Ad ogni modo, i casi di avvelenamento letale sono molto rari.

Erba morella

Piante velenose Solanum nigrum
Piante velenose Solanum nigrum
L’erba morella (Solanum nigrum), è tra le piante velenose spontanee più comuni. Anch’essa, come la belladonna, è appartenente alla famiglia delle Solanaceae.
E’ comunemente conosciuta come erba infestante degli orti. Come suggerisce il nome, ha un’elevatissima capacità di riprodursi, specie se i frutti neri vengono schiacciati e il seme disperso.
Come struttura morfologica si tratta di una pianta molto simile alla melanzana. Il suo fusto è molto ramificato, legnoso nella parte basale, con superficie liscia e odore muschiato.
Le foglie sono disposte lungo il fusto in maniera alternata, con forma variabile da ovale a lanceolata.
i fiori sono bianchi e da questi nascono i frutti, delle tipiche bacche dapprima verdi e poi di color nero lucido. Le bacche dell’erba morella sono di piccole dimensioni e riunite in piccoli, ma numerosi grappoli.

I rischi dell’erba morella

Il pericolo di avvelenamento di questa specie è dovuto all’assunzione delle bacche immature, che contengono un elevata quantità di alcaloidi steroidei, tipo la solasodina. Tuttavia questo tipo di alcaloidi oggi vengono utilizzati nella farmacologia sperimentale per curare alcuni tumori della cute.
Una quantità potenzialmente pericolosa per l’uomo è quella di 10 bacche.

La lattuga velenosa

Piante velenose Lactuca virosa
Lactuca virosa
La lattuga velenosa (Lactuca virosa), è una pianta erbacea appartenente alla famiglia botanica delle Asteraceae. Possiamo considerarla come una parente selvatica e non commestibile della Lactuca sativa, la classica lattuga, di cui vi abbiamo parlato approfonditamente in passato.
L’aspetto è simile a quello della lattuga commestibile, anche se è molto più ispida e può arrivare fino ad 1,5 metro di altezza. E’ una pianta velenosa molto diffusa nei terreni incolti. La si trova anche lungo i vecchi muri e ai margini delle strade, dalla pianura fino agli 800 metri di quota.
La tossicità è dovuta al lattice bianco molto amaro, contenuto nelle parti aeree della pianta. Questo lattice è composto da lattoni sesquiterpenici, ossia lactucina e lactucopicrina, che sono tossici per l’uomo.
Anticamente questo lattice veniva essiccato e usato in medicina come sedativo, sostituto dell’oppio.

L’oleandro

Nerium oleander
Nerium oleander
L’albero di oleandro (Nerium oleander) è una specie arbustiva appartenente alla famiglia delle Apocinaceae.
Si tratta di un arbusto sempreverde, con elevato sviluppo vegetativo, tipico del Mediterraneo. Lo ritroviamo infatti come pianta ornamentale in tutte le regioni Italiane. Per riconoscerlo basta guardare le sue tipiche foglie lanceolate di consistenza coriacea e colore verde scuro. Inconfondibile è inoltre l’evidente e splendida fioritura, con fiori di colorazione variabile, bianchi, rosa o rossi.
La sua tossicità, che lo fa rientrare tra le piante velenose, deriva dal contenuto di un’elevata quantità di glicosidi cardiaci, sostanze molto velenose.
Il principio attivo tossico si chiama oleandrina, che tra l’altro riesce a conservare un’ottima stabilità nel terreno, essendo rilevabile anche 300 giorni dopo la caduta delle foglie.

Chi pratica compostaggio domestico potrebbe avere il dubbio se aggiungere o meno il fogliame dell’oleandro al compost. Dal momento che l’oleandrina non viene assorbita dalle piante, possiamo dire che la sua presenza nel compost non lo rende velenoso.
Comunque sia, non avendo bacche, il rischio d’avvelenamento da oleandro è piuttosto basso. Anche perché la pianta contiene saponine, che in caso d’ingestione favoriscono il vomito e quindi l’eliminazione delle parti ingerite. Oltretutto, il suo sapore molto amaro non invita all’ingestione.
Attenzione in ogni caso ai bambini, che sono sempre a rischio per la loro abitudine di ingerire qualsiasi cosa.

Il tasso

Piante velenose taxus baccata
Taxus baccata
Concludiamo la nostra rassegna sulle piante velenose parlando del tasso (Taxus baccata), albero appartenente all’ordine delle Conifere, famiglia delle Taxaceae.
Quest’albero è conosciuto anche come albero della morte, ed è infatti una delle piante velenose per eccellenza. Basti pensare che il suo nome deriva dal greco toxon, da cui il termine tossicologia.

Nel nostro Paese è presente in diverse zone, prediligendo luoghi umidi e freschi, con terreno calcareo.
Nello specifico, in Italia lo troviamo in Umbria, nella foresta del Gargano; nell’Isola dell’Elba, presso il Monte Capanne; in Abruzzo, su alcuni monti in provincia dell’Aquila; nelle della zona di Sora, in provincia di Frosinone; nel parco dei Nebrodi, area protetta della Sicilia; nell’area naturale protetta dei “Nuclei di Taxus Baccata” nella provincia di Arezzo; in Sardegna nell’area protetta chiamata “Sos di Nibberos”, in una superficie di circa 7 ettari all’interno della foresta demaniale Monte Pisanu.

Il tasso è un albero sempreverde. E’ caratterizzato da una crescita molto lenta, che però a piena maturazione può arrivare anche a 20 metri di altezza. Ha rami molto bassi e assume una forma globosa.
Le foglie sono la parte più velenosa della pianta. Hanno una forma lineare, anche se leggermente arcuata, sono lunghe circa 3 cm, di colore verde scuro nella pagina superiore, più chiare in quella inferiore. Sono disposte sui rami con andamento a spirale, su due file opposte.
E’ una pianta che non produce frutti, ma arilli, cioè involucri di color rosso chiaro che avvolgono il seme. Quest’ultimo è molto velenoso, mentre l’arillo non lo è, anzi in teoria è commestibile (meglio non provare!).

Il tasso è una pianta zoofila, ossia si serve degli animali per riprodursi. Ad esempio gli uccelli mangiano gli arilli, li digeriscono senza avvelenarsi, e disperdono il seme con le feci, dando vita a nuovi alberi. Per altri animali i semi del tasso sono invece letali. Il cavallo, ad esempio, è una delle specie più a rischio. Altra specie animale immune, invece, sono le capre.

I rischi e utilizzi del tasso

Il principio attivo tossico della pianta è la tassina, una miscela di alcaloidi terpenici altamente tossici per il cuore. Poche foglie della pianta sono letali per l’uomo, non essendovi nemmeno antidoti specifici.
Tuttavia, c’è da dire che questa pianta ha un valore molto alto nella farmacologia moderna. La sua corteccia, infatti, contiene il tassolo, un diterpene che viene utilizzato da molto tempo per la produzione di farmaci efficaci per il trattamento del tumore al seno.
Storicamente, poi, il legno del tasso veniva utilizzato per la produzione degli archi, fin da epoche antichissime. Ad esempio, il legno della Mummia del Similaun era in tasso.
Questa tradizione si è protratta fino ai tempi più recenti, quando il legno di tasso per la produzione degli archi è stato sostituito con fibre sintetiche.

Conclusioni

Siamo giunti alla fine di questa lunga carrellata sulle piante velenose. Naturalmente il nostro elenco non può essere esaustivo. Se vi interessa l’argomento e volete fare ulteriori approfondimenti, vi invitiamo a leggere uno dei molti libri specifici che potete trovare quiLibro sulle piante velenose.



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2 thoughts on “Piante velenose selvatiche e spontanee. Riconoscimento e precauzioni

  • 9 settembre 2017 at 16:56
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    Molto interessante,io vivo in campagna e passeggiando mi capita di trovarmi a contatto con alcune di queste piante, e’ bene imparare a conoscere i pericoli e i benefici di esse.Troppo comodo quando si ha bisogno recarsi in farmacia, così facendo vanno perdute tutte le conoscenze che i nostri antenati ci hanno tramandato a rischio della loro vita .

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    • 9 settembre 2017 at 17:10
      Permalink

      Grazie Enzo. Specie per chi vive in campagna avere un’idea delle piante velenose che può incontrare è sicuramente una cosa utile.

      Reply

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