La cannabis light, produzione e vendita: cosa dice la legge

Cannabis Light
Cannabis Light

Quando parliamo di cannabis light stiamo parlando delle infiorescenze della cannabis con un basso contenuto di THC. Queste sono derivanti dalla coltivazione delle varietà Sativa, ossia la canapa industriale. In quest’articolo diamo uno sguardo all’attuale normativa entrata in vigore all’inizio del 2017 e successivamente integrata.
Con tutti i limiti di una legge dedicata principalmente all’uso industriale, e quindi non alla completa legalizzazione, questo provvedimento ha dato vita a un nuovo stile di produzione e consumo della cannabis nel nostro Paese.
Da qualche tempo si cerca di rivalorizzare questa straordinaria pianta, quantomeno per gli usi tecnici e, soprattutto, per quelli terapeutici.

In quest’articolo approfondiamo gli attuali aspetti normativi con un occhio di riguardo alla produzione e alla vendita di cannabis light.

La Cannabis light e la legge 242/2016

Negli ultimi anni, anche in Italia, per fortuna, vi è stata una profonda revisione della legislazione. Questa poneva in passato grossi limiti finanche nella coltivazione della canapa industriale, macro-categoria dove rientra anche la cannabis light.
La coltivazione della canapa sta tornando a imporsi con forza nel panorama agricolo nazionale. Ricordiamo che l’Italia, fino al proibizionismo iniziato negli anni trenta, ne era il secondo produttore mondiale dopo la Russia.
L’attuale normativa consente la coltivazione della cannabis, purché il contenuto di thc sia inferiore allo 0,2%.

In realtà la nostra legislazione non hai mai vietato la coltivazione della canapa per uso industriale. Vi è stata però un’errata interpretazione della legge, con la conseguente persecuzione da parte delle forze dell’ordine. Questo soprattutto negli Anni ‘70 e ‘80, quando qualcuno cercava di riprendere la coltivazione della cannabis sativa, per fibra o per seme.

Cannabis Light
Cannabis Light

Questa errata interpretazione è stata prassi fino all’emanazione, nel 1997, di una comunicazione del ministero delle Politiche agricole e forestali, integrata con la circolare n.1 dell’ 8 maggio 2002. In questo documento si sono disciplinati i limiti per la coltivazione della canapa industriale.

Alla fine del 2016 è stato approvato il decreto di legge numero 242. Questa legge, recante “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” è entrata in vigore il 14 gennaio 2017.
Il decreto introduce importanti novità sulla coltivazione della varietà di Cannabis sativa per uso industriale, vediamo quali sono le principali, studiando gli articoli principali della legge.

Articolo 1, varietà certificate

Innanzitutto la legge si applica “…alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope…”.
Questo vuol dire che è possibile coltivare per legge solo le varietà certificate, inserite di anno in anno nel catalogo europeo.
Di questo elenco fanno parte, oggi, sia varietà di Cannabis sativa monoica, per lo più francesi, che molte varietà di Cannabis sativa dioiche, italiane e ungheresi.

Articolo 2, liceità della coltivazione

“La coltivazione delle varietà di canapa certificate è consentita senza necessità di autorizzazione”. Così recita il testo della legge. Questo consente agli agricoltori di avviare la coltivazione delle varietà di cannabis certificate, senza preventiva autorizzazione alle forze dell’ordine. Tuttavia nella prassi si consiglia sempre di effettuare l’autodenuncia. Tale prassi è consigliata soprattutto se si decide di produrre infiorescenze, quindi cannabis light. I metodi di coltivazione e la natura della pianta stessa possono indurre il controllore a sospettare che si tratta di coltivazioni illegali. Quindi meglio essere trasparenti il più possibile. La denuncia di avvio della coltivazione va effettuata presso il Corpo Forestale dello Stato e la Guardia di Finanza, allegando copia della fattura d’acquisto dei semi e relativo cartellino.
Nell’articolo 2, inoltre, si parla dei prodotti che si possono ottenere dalla coltivazione della canapa, ossia:

  • a) alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori;
  • b) semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico;
  • c) materiale destinato alla pratica del sovescio;
  • d) materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia;
  • e) materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati;
  • f) coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati;
  • g) coltivazioni destinate al florovivaismo.

Articolo 3, obblighi del coltivatore

Cannabis
Campo di carmagnola selezionata

E’ obbligatoria, per tutti coloro che coltivano la canapa industriale, la “… conservazione dei cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi.”
In questo modo si agevolano i controlli da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, si consente di ricondurre la coltivazione in maniera abbastanza certa alle varietà di cannabis light consentite per legge.
Non tutti, infatti, possono produrre e cedere queste sementi, ma solo le aziende autorizzate ed in possesso delle royalties sui semi stessi. Per quanto concerne il problema dei brevetti sui semi vi rimandiamo qui.

Articolo 4, controlli e sanzioni

In quest’articolo della legge 242 viene stabilita l’autorizzazione da parte del Corpo Forestale dello Stato e delle altre forze di polizia ad effettuare i controlli sul campo. Questi, però, non possono essere indiscriminati come avveniva in passato.
Innanzitutto, le analisi devono essere eseguite a norma di legge e le forze dell’ordine che “… reputino necessario effettuare i campionamenti con prelievo della coltura, sono tenuti a eseguirli in presenza del coltivatore e a rilasciare un campione prelevato in contraddittorio all’agricoltore stesso per eventuali contro-verifiche”.

In secondo luogo “qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni…”
Infine “il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa […] possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo qualora, a seguito di un accertamento […] risulti che il contenuto di THC nella coltivazione e’ superiore allo 0,6 per cento”. Anche nel seguente caso è comunque ”esclusa la responsabilità dell’agricoltore.
Questo, a nostro avviso, è il punto più importante dell’attuale previsione normativa. Questa precisazione, infatti, libera l’agricoltore da qualsiasi responsabilità penale. Ciò anche se la percentuale di THC presente nel campione dovesse risultare superiore ai limiti consentiti, cosa che in una coltivazione di cannabis light può comunque avvenire per ragioni tecniche, dovute all’elevata variabilità genetica di una data popolazione di semi.

Questi i punti principali della legge 242, ma vediamo quali sono state le ripercussioni pratiche in seguito all’introduzione della nuova normativa.

Infiorescenze e cannabis light

Cannabis lightNell’articolo 2 della legge non si fa esplicita menzione della coltivazione di Cannabis sativa finalizzata alla produzione d’infiorescenze, quella che tutti ora conosciamo come cannabis light.
Se è vero che non se ne fa esplicita menzione, d’altro canto non se ne fa esplicito divieto. Semplicemente questa ipotesi non viene considerata dal legislatore. In questo nuovo contesto normativo, considerato da molti un “buco”, s’inserisce l’iniziativa di tante aziende del settore come ad esempio la nostra Erbarossa – la cannabis light di Coltivazione Biolgica. Erbarossa.
Queste infiorescenze hanno un contenuto di THC inferiore allo 0,2% (tollerato entro lo 0,6%), dunque in linea con la legislazione.
Un altro appellativo della cannabis light è marijuana leggera. In sostanza è un’erba che non “sballa”, ma rilassa, grazie al buon contenuto di CBD, altro principio attivo della cannabis.

Grazie alle possibilità offerte dalla produzione e dalla vendita della cannabis light, stanno nascendo centinaia di aziende agricole italiane. Sono spesso formate da giovani imprenditori che assumono giovani tecnici e giovani operai, creando anche un notevole indotto economico. Queste aziende stanno contribuendo in modo importante all’enorme rilancio della coltivazione di cannabis nostrana, da sempre considerata un’eccellenza mondiale.
Insomma, sembra che il consumo a fini ricreativi della cannabis stia uscendo dall’illegalità e dall’ombra lunga delle mafie.
Anche se c’è da dire che le infiorescenze di cannabis light sono attualmente vendute ad uso tecnico e non destinate al consumo umano, una bella contraddizione di termini.

Cannabis light, i successivi interventi dei ministeri interessati

La cannabis light ha incontrato un grandissimo favore da parte del pubblico, soprattutto negli adulti con più di trent’anni. Molti, infatti, ne hanno gradito l’approccio “soft”. Vista la poca chiarezza nella normativa principale, nel corso del 2018 ci sono stati diversi interventi. Questi però non sono stati di tipo legislativo, ma piuttosto interpretativo da parte di alcuni ministeri interessati.

Circolare del Ministero dell’Agricoltura

Innanzitutto la circolare del MIPAAF, sulle modalità di coltivazione e regole del florovivaismo, del 23/05/2018.
Questa circolare, dopo aver ribadito i punti fondamentali della legge 242, si concentra sulla “normativa della coltivazione nell’ambito del settore florovivaistico”.
I punti salienti di questo intervento ministeriale sono il riconoscimento della destinazione d’uso delle infiorescenze, ossia della cannabis light, pur non espressamente menzionate nella legge 242.
A livello tecnico, si ribadisce che la coltivazione di cannabis light può avere inizio solo da semi certificati. Si esclude quindi la riproduzione agamica, ovvero l’uso delle talee.
Quest’ultimo punto è stato molto controverso e dibattuto tra gli esperti del settore. I growers chiedono infatti di poter coltivare partendo da talee di fenotipi stabili, meno soggetti alla variabilità genetica dei semi. Questo permetterebbe agli agricoltori di migliorare la qualità finale dei fiori, rimanendo facilmente nei limiti di THC previsti dalla legge.

Il Consiglio Superiore di Sanità

Nel mese di giugno arriva un parere del Consiglio Superiore della Sanità, interrogato sul tema della cannabis light dal Ministero della Salute.
Il parere è del 10 aprile, ma viene reso noto il 21 giugno.
In sostanza, il Css, che è un organo consultivo del ministero, mette in dubbio la libera vendita della cannabis light, basandosi su un principio di precauzione.
E’ poi lo stesso ministro della Salute (diverso da quello che aveva chiesto il parere) a ridimensionare le conclusioni del Css, in quanto il livello di THC contenuto nelle infiorescenze di cannabis light è davvero molto basso.
Il ministro ha poi rimandato la discussione al parere dell’Avvocatura dello Stato, di cui, ad oggi, si attendono gli esiti.

La Circolare del ministero degli Interni

Infine, c’è da ricordare la circolare del ministero dell’Interno, emanata il 31 luglio, ma trapelata al pubblico solo in settembre. Questa circolare è rivolta agli organi di pubblica sicurezza. L’invito a loro rivolto è di aumentare i controlli nei negozi che commercializzano cannabis light, i famosi grow shop.
Questa circolare non ha valore di legge, ma fa capire quale sia il difficile clima politico sul tema della cannabis light e in generale sulla legalizzazione.
In molti si aspettavano un’apertura da parte del legislatore, così come sta avvenendo in molti altri paesi occidentali. E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la legalizzazione della cannabis in Canada.

Da coltivatori, ma anche da amatori di questa straordinaria risorsa della natura, ci auguriamo che prima o poi si apra anche in Italia un serio dibattito nelle sedi istituzionali, in modo da superare definitivamente il proibizionismo e i danni della Legge Fini-Giovanardi, dichiarata incostituzionale dalla nostra Corte.

Normativa sull’uso della cannabis terapeutica

Anche per quanto riguarda l’importante aspetto della cannabis terapeutica sono stati fatti negli ultimi anni importanti passi in avanti. Lo stato ne ha iniziato, in uno stabilimento militare di Firenze, una prima produzione. Questa è prescrivibile e acquistabile (non senza difficoltà) dai pazienti che ne hanno diritto e a cui viene legalmente prescritta. Giusto per darvi un’idea sulla delicatezza dell’argomento e sulle potenzialità che ha la cannabis in campo terapeutico, vi proponiamo questo articolo.

Normativa sull’uso della cannabis terapeutica

Il ministro della Salute è recentemente intervenuto sul tema, molto sentito dai pazienti. Con un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 12 luglio 2018, si stabilisce che la cannabis terapeutica potrà essere prescritta per ogni tipo di dolore. Decade dunque la distinzione tra uso oncologico, non oncologico o neuropatico. Viene così semplificata la prescrizione dei medicinali a base di cannabis. E si afferma, inoltre, l’uso della cannabis nella terapia del dolore in un’accezione più ampia.

Nonostante l’apprezzabile intervento normativo, che viene incontro alle necessità dei pazienti, restano i problemi relativi alle difficoltà nell’approvvigionamento. Lo stesso ministro ha dichiarato che verranno aumentate le importazioni dall’estero.
In Italia però ci sarebbero già aziende private in grado di poter produrre un’ottima cannabis terapeutica. Evitare le importazioni e relegare a loro la produzione porterebbe evidenti vantaggi sia all’economia che alla salute dei pazienti.
La nostra posizione si spinge ancora più in là, chiedendo che venga concessa, almeno ai malati, la possibilità dell’auto-produzione.

Precisazioni e conclusioni

In chiusura, ci sentiamo di fare una precisazione terminologica. Abbiamo usato spesso i termini canapa e cannabis come sinonimi, questo per due motivi. Prima di tutto perché è scientificamente così, canapa è il nome volgare della cannabis.
In seconda battuta, per il tentativo di scardinare l’immaginario collettivo che vede nella canapa una risorsa da valorizzare, mentre nella cannabis una droga da regolamentare.
Bisogna tener presente, invece, che stiamo parlando di una semplice pianta. E’ quindi necessario che non ci siano differenze ideologiche, né tanto meno terminologiche.
Il cambiamento di percezione verso la cannabis è in primis culturale. Dunque, almeno in parte, è influenzato anche dalla lingua che scegliamo di usare.

La cannabis light di Coltivazione Biologica la trovi qui

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